mercoledì 24 giugno 2009

Su "La spina dentro l'anima" di Davide Monda (Cesena, Il Ponte Vecchio, 2008)

Se un retore e moralista moderno, Pasolini, volle intitolare una sua raccolta di versi Poesia in forma di rosa, ebbene Davide Monda di quel complesso ente tanto omaggiato dai poeti, e tanto spesso fatto oggetto di riflessioni, di quell’elegante concerto di petali cui similmente si schiera la «milizia santa» dei beati in Paradiso XXXI, di quel fiore che perdendo il profumo sarebbe rimasto, nelle parole di Giulietta Capuleti, pur sempre se stesso, o che finì per reduplicarsi in tautologia e nonsense nel celebre a rose is a rose is a rose di Gertrude Stein, della rosa appunto, conserva, a nominare questo suo «severo canzoniere», solo la più severa delle manifestazioni, la spina. Ma la spina, a ben vedere, non è solo attributo puntuto e rovescio aspro, punitivo, della morbidezza della rosa, la quale blandisce a un tempo il tatto l’olfatto e la vista: è forse anche, e magari principalmente, il segno di un tormento che risale alla Seconda Lettera ai Corinzi di San Paolo 12,6, alla spina nella carne che doveva spegnere e prevenire la tentazione della superbia. Perfette, entrambe, la spina e la rosa, unite o disgiunte che siano, per trasfigurarsi in simbolo, per levitare in allegoria, per sfuggire in infinitudini analogiche. Aculeo, pungiglione, foglia rattrappita dal freddo o armata contro l’arsura, figlia di roveto o di sterpo, nobile e miserabile insieme, la spina rappresenta a un tempo il dolore e la sicurezza, la punizione e l’usbergo, il male inflitto e quello subìto, funge da memento che l’esistenza, in ogni sua forma, è conflitto, sopraffazione, pericolo, inquietudine. Rammemora, anche, che ogni essere vivente, adattandosi ai rigori del clima o alle insidie dei predatori, indica così facendo una dimensione altra, dove il conflitto sia pacificato. La spina è, forse, la condizione di base dell’imperfetto esistere: nostalgia, desiderio, tensione verso uno stato differente, dove della spina medesima ci si possa liberare.
Dinanzi a tali minime considerazioni iniziali, mosse a libro ancora chiuso dal suo nudo titolo, La spina dentro l’anima, non possiamo esimerci dall’osservare che non di sola spina vive questo frontespizio, e che la presenza, ivi, di una parola quasi bandita dal lessico moderno della lirica come «anima», bandita a un tempo perché sospetta di commerci con la dimensione mistica e con quella sentimentale, moltiplica invece le indicazioni di lettura verso le questioni sopra sfiorate.
Il lettore di poesia, posto che tale categoria esista ancora, e soprattutto il lettore paziente, dovrebbe porsi nei confronti di questo volume con un’attitudine insieme statica e peregrinante: lo percorrerà, più che soggiornarvi, in virtù del fatto che nessun testo dei sessantasei qui presenti si offre come approdo, nessuno conclude, nessuno, forse, è passibile di antologizzazione, giacché La spina dentro l’anima è già il frutto di una rigorosa cernita, e l’insieme conta molto più delle singole parti. Lo percorrerà, dicevamo, come un Peripato, insieme alle figure degli amici, attuali o perduti, che Davide Monda evoca e con i quali colloquia, e se avrà la pazienza di assecondarne il passo riflessivo, la scansione continuamente variata tra interrogazioni e asseverazioni, tra ricordi e prospettive, il senso compiuto dell’opera verrà a soggiornare in lui quasi insensibilmente. Nelle sei sezioni in cui si articola, che trascorrono da «Miserie, compassioni e mutamenti nell’ansietà dell’humana condicio» fino al «Tacito dialogo non interrotto con la gran Luce che orienta ogni passo», passando per «Crimini e decadenze nel presente», «Passioni che sostengono la vita», «Abissi e labirinti dell’amore» e «Presenze delicate d’amicizia», pare di vedere un percorso ascensionale eppure, se questa fosse una scala di Giacobbe, possiederebbe la curiosa umiltà di salire senza mai staccare i piedi da terra. Non è un’opera, il presente canzoniere, che si affidi a espedienti volgari, non millanta conversioni né illuminazioni, né intende produrle, bensì ricorre, sempre, all’antica serietà del dialogo, pretende ascolto mentre lo offre, non è un fluido saturo di parole solipsiste ed egocentriche, bensì una trama ariosa, dove possono espandersi i pensieri del lettore-interlocutore, comprese le sue obiezioni o divergenze.
Nell’antico sistema dei generi letterari, un libro come La spina dentro l’anima sarebbe forse di altrettanto ardua collocazione quanto lo è oggi – e lo si dice per sottolineare come l’inattualità della raccolta non sia un tratto contingente, relativo agli sviluppi moderni della lirica e del mercato, bensì una forma della sua identità – ma probabilmente verrebbe rubricato tra le satire: della satira classica possiede la vocazione analitica e riflessiva, la condanna spesso inflessibile tanto dei mali del contemporaneo quanto di quelli in interiore homine, lo studio delle pieghe dell’animo in una dimensione non indulgente né compiaciuta (appannaggio, queste ultime, più spesso dell’elegia). Tuttavia, la satira è sovente opera del melanconico, il suo ringhio atrabiliare verso l’esistente rivela più che celare una infelicità di fondo, la deformazione, l’osceno e il grottesco sono le sue risorse predilette. Invece La spina dentro l’anima critica il nostro tempo, non lo denigra. Osserva, non serra gli occhi. Nel rapporto educativo rinviene uno dei sensi profondi della vita, e questo ottimismo pedagogico è l’esatto contrario dello sguardo nichilista. Parla una lingua di nitore classico e di clarté settecentesca, pariniana nello spirito e non nel lessico, cambiando registro solo talvolta, scossa da folate romantiche o simboliste che non potremmo immaginare senza Hugo, Baudelaire o Rimbaud («ma io sono così, morso da un male / che lacera le musiche del sogno», Rabbia fredda e malata; «Dove abitano i petali del mondo? / Dov’è l’alta memoria che vi spetta, / colonne profumate d’assoluto?», Sopra una suite francese del buon Bach; «L’affetto chiama e incide nelle viscere / del cuore memoriali tormentosi, / serre violate da venti autunnali, / flutti che uccidono con un sospiro», Paesaggi incandescenti). Obbedisce con una adesione impeccabile e discreta alle regole della versificazione, senza manierismi di facciata, sì che i metri tradizionali vanno verificati, tanto sono poco appariscenti.
In tanta unità figura un solo intruso, evidentissimo anche perché è un anglismo: è la parola smog, che si legge in Lamenti per Bologna violentata. Lo smog costituisce una frattura, una ferita, nel corpo testuale. È l’unico stigma del moderno qui ammesso. Ma, come la spina da cui siamo partiti, non è difficile intenderlo in chiave di sovrasenso. Lo smog come dato naturale, paesaggistico, come allarme urbano sempre più grave, è un male che ci circonda e ci pervade, un pericolo che si respira, e non è mai tanto fuori di noi più di quanto non sia già dentro.
Per fortuna anche la poesia, talvolta, ci inquina.

sabato 13 giugno 2009

Un anno dopo, e qualche giorno

Quasi nessuno legge il mio blog, naturalmente. Perché io non lo scrivo, in primo luogo, o perché lo scrivo troppo, quando arriva l'alta marea, o per molti altri ermetici motivi legati alla fruizione della rete.
Ma questo non è un gran cruccio. Oggi, tredici giugno, vorrei unirmi ad alcuni amici distanti per ricordare Carlo Berselli. Un uomo che non ho avuto la fortuna di conoscere, se non attraverso la scintillante creatività, a un tempo leggera e ficcante, del suo blog, assolutamente unico per quanto mi è dato di sapere, che per l'appunto si chiamava Maria Strofa ed è tuttora visualizzabile sulla rete, senza un granello di polvere, all'indirizzo http://mariastrofa.splinder.com/ malgrado abbia cessato le pubblicazione nel modo più doloroso, il 9 giugno di un anno fa.
Maria Strofa mi parve subito la dimostrazione di quanto la bibliofilia, che nell'immaginario comune possiede sempre qualche tratto di cupo feticismo, di arcigna autoreclusione, di avara capitalizzazione, qualcosa di saturnino, di solitario, di melanconico, potesse invece manifestarsi in forme luminose e ironiche, e di quanto il gioco, se è gioco inventivo, non semplice consumo di playstation, sappia condurre gli uomini, non soltanto i bambini, in luoghi sereni, di reinvenzione e comprensione del mondo. Non avrei mai pensato che fosse possibile far discettare i pupazzetti playmobil intorno ai titoli di Schopenhauer.
Maria Strofa era (è) un blog di poche parole, di molte immagini, di tanti arguti incontri tra gli uni e gli altri. Un teatro povero ma ricchissimo di cui sono protagonisti assoluti le copertine dei libri, la loro grandezza e spesso anche la loro miseria, così come quella degli uomini che li hanno scritti, e questi burattini plastici che somigliano talvolta, nella loro immobile frontalità, nella loro rigidezza, nelle loro poche o nulle espressioni, nel cinismo o nell'ingenuità dei loro commenti, ai migliori momenti di South Park.

venerdì 10 aprile 2009

Il drago

Io sono davvero un uomo malato. E sono davvero un uomo malvagio.
Credo l'ho capita la prima volta la natura del male che mi abita, che mi tormenta, solo qualche giorno or sono, a una brutta mostra di pittura che ho incespicato in rincasando.
Un vico fetido, una spalancata bocca di garage o sottoscala, ma triste come bocca senza denti, e dentro una seggiola di legno e un vecchio tanghero a oziare tra i mali prodotti del suo mal tempo e di quelle manacce contorte dall’artrite come tronchi d’ulivo. Io quando visto l’apertura e la stanza luminata a schiaffi da una lampadina impiccata solo al suo filo io digrignato i denti e stretto i pugni ficcandomi le unghie nei palmi lo faccio sempre quando qualcosa non mi piace. Buco sempre i guanti li lacero devo sempre ricomprarli. Se la gente mi vede farlo si spaura dicono sono aggressivo. Come se li facessi qualcosa, ma mica faccio niente, solo lacero stoffa. E digrigno. Ho i denti forti, mica come quei vecchi dalle bocche mencie, tutti gengive rosse e bolle di saliva. Ma divago, e invece devo no. Devo tener stretta la presa, morder più forte l’argomento, unghiarlo meglio.
Croste i quadri, croste con tinte dozzinali sulle croste, che però non erano tutto. C’erano delle cose, disegnate, sopra. Come sempre, purtroppo, quando gli uomini sciupano il bello del nonfatto con l’immondizia dei loro ghirigori sghembi. Ma queste invece interessavano.
Allora ho entrato. Lui mi sta guardato non molto di sospetto né troppo di curioso. Pittore, pensa sono bravo.
Dentro puzza di vernice acquaragia segatura vino cattivo. Mi ho sempre chiesto perché pittori non sporchino di loro merda tele e poi spalmino. Meno tempo perso con i colori, meno puzza, e poi meglio il monocromo. Io quando le volte che soffro molto e perdo tutto da dentro con tanto sangue nero poi spalmavo tutto in giro per la camera, mi calmava. Non sentivo più l’altro odore.
Ma divago, e invece devo no. Pingeva draghi, lui. Pingeva sempre e solo tutti draghi, in tante pose e forme diverse. Ma solo draghi. Code, zanne, artigli. Denti, unghie. E fuoco.
“Perché pingi draghi?” volevo chiedere. Ma paura di parlare. Sempre avuta. Paura del fuoco.
Lui vede, forse capisce, gli occhi lucidi e grassi di un pesce che agonizza sul fondo della barca, ultimo guizzo. Si alza dalla sedia con un bastone che ha lì a fianco, dice qualcosa che non capisco o non sento, passa lontano che più può e fila verso i gradini dell’entrata, in un momento è in strada, vecchio atletico.
Ne prendo qualcuno, li strappo dalle catenelle che pendono dal muro lebbroso come in una sala di tortura, butto in terra i cavalletti ringhiando senza volere. Qualche tela la squarcio senza volere con le unghie. Sono troppo forti le unghie per questa tela così fina sembra carta si sbrindella senza volere.
Tornato a casa, mi ho messo a guardarli per tante tante ore. E capito, finalmente. Capito il male lungo la schiena, quel male che al mattino sembra avere mille pezzi di vetro piantati nelle ossa. Sono le punte, che premono per uscire. Capito i guanti sempre rotti, i denti così forti. Capito la paura di dire. Capita la voglia di rovesciare le cose, quando non mi piacciono, con un gesto che mi monta spontaneo, è come una scossa, un imbizzarrimento. È un colpo di coda, che cerco. Ma la coda ancora non ha cresciuto. Solo il male, giù in fondo al corpo. Brucia come fuoco, grida come fuoco, e così anche nella pancia, anche se sto di giorni senza mandar giù niente. È fuoco, allora. Tutto dentro, tutto male.
Lo so, nascere è dolore, e io sto nascendo da me stesso, e mi spingo fuori con le lacrime agli occhi ma guadagno pochi millimetri al giorno.
Ma almeno ora ho i quadri. Almeno ora so dove sto andando. E quelle due grandi cose nere, come due alveari gonfi, pulsanti di violenza, dall’odore atroce, che ho sulle scapole, finalmente non mi fanno più paura. Ci sono le ali, dentro.

venerdì 3 aprile 2009

Francesco Ferranti - Barnices


I nuovi lavori che Francesco Ferranti ha realizzato e raccolto per questa sua prima personale recano il segno di una importante discontinuità con il passato. Singolare, non sottovalutabile, il fatto che un artista così dotato, così convintamente - se non orgogliosamente - catafratto nella propria poetica, decida finalmente di presentarsi in autonomia, senza più al fianco nessuno dei consolidati compagni d’avventure come Francesco Pasculli o Alessando La Motta, con quadri che marcano non una conferma del percorso seguito fino a oggi, anzi che affermano una sorta di nuovo inizio.
Ferranti con questo Barnices ­– parola spagnola che significa vernici ­– opera, a volerla dire tutta e subito, la propria prima simbolica discesa in città.
Città che rappresenta il luogo e l’immagine del moderno, la dimensione del contemporaneo, ora come all’alba del XX secolo, quando la metropoli costituiva la maggiore
novità socio-culturale, ma anche la fonte dei più intensi choc percettivi, per gli abitanti dell’arretrata Italia di campagna.

Chi si metta di fronte alle opere qui raccolte, non faticherà a scorgervi i profili, estremamente appiattiti, privati di tridimensionalità, ridotti a puro segno, di una foresta di palazzi convertiti in mere griglie, ossia in quella immagine base della modernità che è il reticolo di carta millimetrata, quella a cui Mies van der Rohe si ispirava per i suoi insuperati grattacieli, come il Seagram Building o le torri dei Lake Shore Drive Apartments.

Un celebre architetto postmoderno, Rem Koolhaas, nel suo libro Delirious New York ha scritto: «Manhattan è il prodotto di una teoria non formulata, il manhattanismo, il cui programma è vivere in un mondo completamente fabbricato dall’uomo, vivere dentro la fantasia… l’intera città è diventata una fabbrica di esperienze artificiali, dove il reale e il naturale hanno cessato di esistere». Oggi, che il manhattanismo globalizzato fa sorgere torri di acciaio e cristallo in ogni luogo del mondo, cancellando i diversi stili costruttivi, annullando con l’aria condizionata le specificità climatiche, omogeneizzando i luoghi e i modi del vivere secondo esigenze razionali di spazio e tempo, nessun artista può ritenersi estraneo a tale fenomeno.
La discontinuità di cui si diceva è per l’appunto in questo faccia a faccia di Ferranti con una dimensione, quella urbana, che non gli era mai appartenuta: questo pittore, terricolo e terragno quant’altri mai, questo pittore di materiali crettosi, di spessori e incisioni fittamente lavorate, questo pittore di grumi e accumulazioni cromatiche che, sempre, rimandavano a una idea di naturalità originaria, questo pittore istintivo disceso dai magni lombi di un Morlotti o di un Mattioli, ha azzerato il paesaggio, la sua musa perenne, e ha quasi eliminato la materia e il colore.

Come trasformazione è affascinante, non priva di qualche tratto traumatico, quasi che la predominante tonalità del grigio rimandasse a un mondo tutto ferroso e cementizio. Ma, se trauma c’è, non è rimosso: si tratta di una scelta di poetica molto consapevole, rintracciabile in ogni aspetto di questi lavori, dichiarata fin dal titolo. Ferranti, da pittore classico, da ultimo cantore del territorio, si fa qui radicale modernista: usa non più colori bensì vernici, che è parola eminentemente industriale; cosparge le tele di gesso; disegna con la biro e con matite, altri oggetti estranei alla tradizionale panoplia dell’atelier; ritaglia pezzetti di metallo arrugginito con scritte o lettere e li incolla a suggerire insegne o civici, come in una forma di collage lontano mille miglia dai primi esperimenti, ancora in qualche modo raffinati, dei cubisti e futuristi che disponevano sulla tela pagine di giornali letterari, di «Lacerba» e della «Voce». Inoltre, lavora per variazioni sul tema, cioè rifugge dal mito, ormai tramontato, dell’originalità dell’opera d’arte, e costruisce una serie di dipinti – i quindici pezzi qui raccolti – assemblando e riassemblando pochi elementi base, come in una privatissima catena di montaggio.

Spazio Espositivo Angelo Montanari
Villa Verucchio, via Casale 276
4 aprile – 9 maggio 2009
ore 9-12 / 16-19

venerdì 27 marzo 2009

Message In A Box

Recuperare un materiale accatastato dal suo luogo di accumulo e trasferirlo, con breve viaggio, in un altrove nel quale ripristinare, potenziata, la sua funzione: contenere. Questo pensiero ha alimentato la fantastica installazione di Marco Croatti e Massimiliano Canarecci IN A BOX per le danzatrici di Movimento Centrale guidate da Claudio Gasparotto. Il materiale è il cartone, la sua ur-forma o iper-forma è proprio la scatola.
IN A BOX, smontato e rimontato, reinventato ogni volt
a, ha avuto diverse realizzazioni, in luoghi e per occasioni assai diverse. Questa che riporto è la nota che scrissi per accompagnare il programma di sala al tempo del suo primissimo prender forma.
Ringrazio Marco e Massimiliano che ancora una volta mi vollero con loro, mi attrassero dentro la loro scatola di meraviglie.

Forse un paio di millenni prima di Gutenberg, e certo molti secoli prima della battaglia di Samarcanda (751 d.C.), che avrebbe regalato all’Occidente barbaro e arretrato l’insperato dono di un prezioso oro bianco con cui pensionare la pergamena, in Cina già esistevano i caratteri mobili della stampa, e la carta.
La carta, e l’arte dei segni, sono stati a lungo un possesso esclusivo del Regno del Centro, nel suo solenne e sdegnoso isolamento. Ancora nel XX secolo un fine intellettuale come Roland Barthes poteva parlare di «Impero dei Segni» per quell'altra isola inaccessibile, quel Giappone arcaico e futuribile che i suoi occhi di semiologo europeo vedevano con tutta la distanza e la meraviglia di una inconciliabile, radicale alterità
Ma i segni non sono solo scrittura, e la carta non è solo un supporto di parole.

Segni sono le movenze della danza, la pittura gestuale ed effimera che un corpo traccia nell’aria, segni sono le ferite che il tempo, e l’ambiente, infliggono alla roccia scavata dall’acqua, all’albero squassato dal fulmine, all’uomo reso dolente dalla malattia. E la carta è un contenitore di segni e parole tanto quanto lo è di oggetti, di materia, negli scatoloni che contengono questo spazio scenico, nei cartoni da trasporto che sono piccoli mondi passibili di infinite concentrazioni, ammassi, impilamenti, o successivi inscatolamenti, così che non v’è forse mai un esterno che sia del tutto esterno, e non v’è esterno che a sua volta non circoscriva altro, non si spalanchi su altro.Segni sono le cuciture che fanno su di una veste un ricamo, o su un corpo ferito, chirurgizzato, lasciano traccia di un rapporto tra dentro e fuori; e non v’è poi bisogno di un bisturi per entrare nel corpo altrui, se continuamente i medicinali, come pillole o gocce, raggi o creme, iniezioni o manipolazioni, rimodellano soma e psiche, alla ricerca affannosa di salute o salvezza, di benessere o di pace dai propri demoni.

Scatole sono le case, scatole le stanze, scatole inscatolano gli alimenti o i prodotti nei supermarket, e sempre la carta del packaging strilla con colori vivaci messaggi seduttivi, prima di finire nel cestino, immolata alla necessaria fruizione dell’oggetto. Dunque la carta che contiene e trasporta è anche la carta inutile, il rifiuto, che qui si offre nella sua povertà acromatica, nelle sue lacerazioni e consunzioni, incisa e ricucita a costruire il nuovo derma/luogo artistico nel quale si agitano dinamiche di sensi accesi, dripping di movimento, e un’energia e una pulsazione che sono ritmo vitale, circolazione di messaggi, riciclaggio di merci, ardore metabolico.
Anche i segni sono ferite sul bianco della pagina intonsa, e anche il foglio di carta è contenitore di un teatro, o di un cinema, forse, di visioni ideali.

La materia di cui siamo fatti, di cui ogni cosa è fatta, canta nel corrompersi e nel rappezzarsi, e se al silenzio tutti siamo infine condotti, è danzando sonoramente che vi si inclina.

Finestre

Esiste un celebre aneddoto, e poco importa se sia autentico o fabbricato, che racconta dello smarrimento in cui si trovò, un giorno del 1895, Wassily Kandinskij, il grande maestro cui si attribuisce “l’invenzione” della pittura astratta, dinanzi a uno dei capolavori di Claude Monet della serie dei Covoni. Enormi covoni di grano, enigmatici a forma di tukul, sullo sfondo di paesaggi dorati, quasi dissolti in pennellate energiche, spesse, multicolori.
Kandinskij, vuole la leggenda, fissa il dipinto, e non riesce a capire cosa vi sia raffigurato. È affascinato dalla potenza di quella composizione, da quei colori caldi, da quella materia così densa, ma non ci vede niente. Solo dopo qualche istante riesce a mettere insieme tutti i tasselli del puzzle, e capisce. Ma ormai il click in mente gli è scattato, non si torna indietro. Kandinskij ha compreso quanto possa essere straordinaria la pittura, anche in mancanza di un referente. Autentica o fabbricata, questa è l’allegoria della nascita dell’arte moderna.
Per quasi tutto il XX secolo, artisti, critici, e pubblico si sono alternativamente schierati per l’una o per l’altra via, tra figurazione e astrazione sembravano esservi quasi solo sguardi in cagnesco.

L’opera di Francesco Pasculli, che nella mostra del titolo Finestre si fa apprezzare entro In a box, un suggestivo e sintonico allestimento creato negli spazi della Galleria dell’Immagine di Rimini da Marco Croatti e Massimiliano Cannarecci, è invece una dimostrazione di come, discendendo da quell’archetipico covone, si possa produrre una pittura che rende obsoleta la distinzione tra figurativo e astratto.
Il covone, sia chiaro, non vale solo da antenato remoto, come una scimmia antropomorfa non è per nulla simile all’homo sapiens sapiens in doppiopetto e valigetta: qui la somiglianza c’è, eccome, perché la pittura di Pasculli, ormai da molti anni, opera una continua variazione sul tema del paesaggio, per la precisione del paesaggio agreste. Niente città, insomma, e quasi niente case, niente figura umana, tutt’al più un marginale manufatto, come uno steccato.
Ma è un paesaggio che continuamente presuppone il lavoro dell’uomo, perché queste vedute collinari - che potrebbero essere romagnole o del Montefeltro, senesi come umbre, delle Langhe o del Chianti, o venete o salentine - sono scorci di natura ordinata, addomesticata alla pari di un cane, docile millenaria compagna dell’uomo. Ed è nella ricca trama cromatica dei campi arati, nella scansione tra verdi, marroni, ocra e gialli della vegetazione, nel ritmo variegato di forme che segnano i profili dei poggi, nei cieli sabbiosi o affocati o bianchi o d’azzurro compatto, che Pasculli rintraccia una profonda possibilità di astrazione.

Finestre è
un titolo astuto, che mette in evidenza una modalità di visione solo apparentemente neutrale. Questi bellissimi quadri a prima vista si fingono innocenti, come panorami colti attraverso un vetro, mentre al contrario sono capricci, cioè composizioni di elementi reali assemblati in modo irrealistico, come si faceva nel Settecento con le rovine dell’Italia bella e decaduta da vendere ai nobili viaggiatori del Nord Europa in pieno Grand Tour.
Inoltre, le opere di Pasculli si offrono quasi più a una lettura tattile che visiva, sono dipinti lavorati e materici come la terra incisa, rivoltata, fecondata dei campi lo è dalle mani del contadino, sono segmentati, potati, smontati e rimontati come siepi, come rami d’albero, come filari.
Sembra tutta natura, ed è tutta storia.

mercoledì 18 marzo 2009

Un ricordo, un editore, e una storia edificante


Quando mio zio Alberto morì, quasi subito mi sentii di avanzare una richiesta che sorprese anche me.
In quella improvvisa mancanza di scrupoli lessi il sintomo, e il simbolo, di un desiderio che affondava come ogni iceberg scoperto solo alla sommità: chiesi alla zia se potevo avere, in suo ricordo, due libri, due libri della sua biblioteca che avevo amato in modo specialissimo, fin da quando ero bambino.
Lui teneva molto alla sua biblioteca, la accudiva e se ne stimava, e per tanti anni fu, quella, la più ampia raccolta di libri, settoriale per giunta, che avessi mai visto, una intera vasta parete coperta dal soffitto al pavimento di libri di storia, soprattutto di guerra. Un luogo che aveva l'aura del sacrario, della collezione, della faticosa costruzione di un sapere portato per mano e arricchito nell'arco di tutta una vita. Era la concrezione in pagine e dorsi, lettere nere e dorate, opuscoli e tascabili, di un qualcosa che potrei definire come il riversamento di un trauma adolescenziale (mio zio era del 1930, visse l'esperienza del fronte, della Linea Gotica, dei bombardamenti e dello sfollamento fra i tredici e i quattordici anni) negli stampi delle memorie altrui, combattenti o storici o vittime che fossero. Trauma e insieme fantasmagoria, come ben sanno coloro che a un conflitto scamparono a quell'età, quando tutto, perfino l'orrore degli orrori, riesce a divenire poi, nel ricordo, emozione che ruba il fiato.
La zia non solo accettò subito, ma disse che la cosa le faceva molto piacere, e mi invitò ad andarli a prendere il primo fine settimana che fossi tornato a Rimini. Era certa, e lo sono io del pari, che lui - ben consapevole della mia passione per quei due volumi - me li avrebbe donati volentieri, se avesse potuto.
Avevo scoperto quei libri non saprei dire a che età, ma so con certezza quando e perché: era tradizione, e lo rimase per tanto tempo, che le nostre due famiglie si riunissero nei giorni di Natale e Santo Stefano. Un anno a casa nostra, un anno a casa loro, e quando si stava da loro, io dovevo per forza andare in cerca, in quei lunghi pomeriggi in cui uscire era fuori discussione, e i grandi sonnecchiavano sui divani o giocavano a carte o guardavano la televisione, di qualcosa con cui giocare, per fronteggiare la noia. Esattamente come a casa mia, i miei giochi preferiti, inesauribili, erano i libri. E la biblioteca di mio zio, almeno fin dove io riuscivo ad arrivare, mi offriva un mucchio di giocattoli sconosciuti.
Allora ero piuttosto piccolo, amavo i libri illustrati, passione che mi porto dietro ancora oggi. Il mio imprinting venne da una edizione a fumetti dell'Iliade, che più invecchio più mi sembra contenere in epitome e in emblema la mia intera storia.
Da lui trovai due libri illustrati quasi altrettanto importanti, per il mio immaginario. Il primo si intitolava Waterloo. Il secondo Afrika Korps. Erano entrambi volumi ponderosi, con rilegatura rigida e sovraccoperta, l'uno sui toni del bordeaux e del carminio, come il cimiero di un Dragone, l'altro color sabbia del deserto. Uno conteneva meravigliosi dipinti a olio delle cariche dei cavalleggeri napoleonici e inglesi sul campo di battaglia, ma anche cartine dettagliate con gli spostamenti delle truppe, l'altro alternava foto d'epoca a vividi schizzi a china con immagini di autoblindo, Stukas, lanciatori di granate, cannoni antiaerei, tende da campo. Sarebbe piaciuta a Sebald, questa costellazione. Vertigini e Austerlitz, in fondo, muovono da lì.
Leggevo poco le parole, allora, ma sfogliavo e risfogliavo questi libri, ogni immagine me la studiavo nei dettagli per ore. Al sopraggiungere del Natale, la mia occupazione pomeridiana, anche quando fui grande ed ebbi licenza di uscire, era tornare a far visita a Waterloo e Afrika Korps, quasi fossero due persone anziane che vivevano lì e lì solo, e dalle quali io m'incantavo a farmi raccontare sempre le stesse storie.
Erano infine trascorsi molti anni da che non li avevo più avuti in mano, molti anni pieni di lutti malattie e invecchiamenti, molti Natali separati, e quando la zia mi invitò ad andare nello studio a prendere i libri ("Tanto lo sai meglio tu di tutti, dove sono", disse) per portarli via l'ultima volta, mi sentii come se m'avessero spalancato davanti, d'un tratto, le porte di un luogo cruciale della mia infanzia. Un luogo rimasto uguale in tutto e per tutto a come lo ricordavo, salvo che mio zio non c'era più, lì. E quel luogo che era stato tutto, mattoncino cartaceo per mattoncino cartaceo, costruito da lui, e suoi erano i disegni incorniciati, sue le fotografie, suoi i soprammobili, suo il gusto, era intatto, come se davvero il mondo fisico non si spostasse di un millimetro, quando noi veniamo meno.
Lui non c'era più, io non c'ero più, almeno l'io bambino che là dentro andava a sognare per evadere da pomeriggi troppo lunghi con la luce bassa sul tavolo e le nonne a riposare. Per un attimo mi sono sentito come un intruso, un saccheggiatore, qualcuno che si attacca morbosamente agli oggetti. Quei due libri simboleggiavano la passione di mio zio, che per contagio era presto stata anche la mia, ma ora quasi non li volevo toccare, mi sembrava giusto che rimanessero là, nella memoria, splendenti come la sua vitalità di marinaio che sapeva declamare Alcyone, come la mia ingenuità di bambino, come libri di meraviglie che da adulti non si possono sfogliare più, perché ritornano fatti di carta e parole.

E invece no, naturalmente. Li ho presi, li ho portati a casa, li ho attraversati con cautela, piano, come se potessero sentire dolore. Ma ecco, la sorpresa.
Del tutto imprevista. Agra, sulle prime.
E' vero che i libri fantastici da adulti non li puoi sfogliare più. Sono un'altra cosa, ora.
Perché ora leggo, e comprendo. E vedo scritto, su entrambi, un nome che conosco, che mi respinge, mi repelle.
Questi prodotti editoriali di gran pregio recano in fondo alla copertina la scritta Ciarrapico Editore.
Negli anni '70, Ciarrapico Editore pubblicava libri in difesa delle Waffen SS, degli uomini di Salò, della X Mas, perfino di Julius Evola. Volumi eleganti, con splendide illustrazioni, con una carta lucida e impaginazioni curate, opere che fan bella mostra di sé in una libreria, che possono incantare tanto un adulto quanto un ragazzo. Libri a combattere e decostruire i quali un uomo come Furio Jesi dedicava tutte le sue forze intellettuali. Chi fosse Giuseppe Ciarrapico allora non lo potevo certo sapere, e nemmeno l'avrei capito. Che al mondo esistessero persone malvage sì, anche a un bambino lo si può spiegare, ma che esistano uomini come Ciarrapico no, ci vuole molta più esperienza della vita e del suo squallore, per farsene un'idea.
Ma da questa apparente delusione ho estratto una morale edificante.
Ed è la stessa della prima novella del Decameron, quella di Ser Ciappelletto. Ser Ciappelletto è il più laido, disonesto, infame, vile, falso, avido e arrivista che mai sia vissuto. Sul letto di morte chiama il confessore, e confessa, con l'ultimo e il più sfacciato dei suoi inganni, soltanto virtù inarrivabili mentre finge di macerarsi nel rimorso di colpe microscopiche. Il confessore gli crede, lo assolve, sparge ai quattro venti la voce della sua santità. La folla accorre in pellegrinaggio, ne adora il luogo del trapasso, ne fa materia di racconto, leggenda, e spinta alla conversione. Ser Ciappelletto, genio del male, finisce per diventare, contro ogni previsione, autentico strumento del bene. Per caso, ma che importa?
I libri di Ciarrapico Editore erano revisionisti, forgiati con le peggiori intenzioni, confezionati con la stessa malizia delle confessioni bugiarde di Ser Ciappelletto. Volumi ingannevoli nati per essere suadenti, epici, mirabolanti, commoventi, volumi che mettevano in scena lo spettacolo sontuoso della guerra, mai il suo fetore. Libri di sinfonica menzogna, mai di scordata verità. Io da bambino li ho amati, eppure l'infame bugia del valore guerriero, dell'amor di patria, della nobiltà del sacrificio, della Nazione e della Bandiera, i fetidi feticci della Gioventù, della Virilità e del Sangue, non hanno minimamente attecchito su di me, anzi.
Ho continuato, come mio zio, ad interessarmi della guerra, a studiare le guerre, a cercare di capirle e immaginarle, ma non sarò mai vittima del loro fascino malato.
Boccaccio non lo dice, forse nemmeno lo pensa, però un lettore cristiano del Decameron dovrebbe confidare che Ser Ciappelletto, premiato dalla credula fiducia degli uomini, non per questo sfuggirà a una esemplare punizione oltremondana per le sue colpe.
Parimenti, se esiste una giustizia storica, anche solo in forma di prospettiva, Ciarrapico - condannato per aver violato quattro volte la legge che tutela il lavoro dei minori, condannato per la vicenda della Casina Valadrier, condannato per lo scandalo Safim-Italsanità, condannato per finanziamento illecito ai partiti, condannato per il crack del Banco Ambrosiano, oggi membro del Senato di questa Repubblica - riceverà il giudizio che merita, e io me lo auguro, ma di sicuro i fiori del male che egli ha contribuito a spandere, disinfettati un tempo dalla mia innocenza, ora dalla mia distanza, rimangono solo fiori, senza più alcun tossico.

E, come fiori, li depongo qui in memoria di mio zio.

sabato 13 dicembre 2008

L'amico riminese di Ezra Pound

Scrissi questo articolo nel marzo del 2000 per il supplemento culturale "La Domenica Specialmente" che curavo per un quotidiano di Rimini, le banalità didascaliche dipendono dalla sua originaria destinazione. Lo scrissi perché Federico Marchetti, un amico fraterno di mio zio, mi aveva tante volte raccontato di quel singolare personaggio che era stato suo padre, il capitano Averardo Marchetti, e a quel punto della vita mi sentivo ormai maturo, di anni, di letture, di vissuto, per riflettere a mia volta su quella storia.
Federico, mio zio, e un terzo loro amico, il dottor Abo Cardelli, furono del tutto involontariamente artefici di quello che sono oggi. Non lo seppero mai, non se n'avvidero mentre la mia metamorfosi avveniva, e forse nemmeno l'avrebbero voluta, ma la pasta molle eppur dinamica di un bambino reagisce agli stimoli potenti in modi sempre imprevedibili.
Federico era un appassionato studioso della Prima Guerra Mondiale sul fronte italiano, competente in maniera stupefacente come sanno esserlo a volte i dilettanti: conosceva a memoria ogni quota, ogni reggimento, ogni graduato, ogni evento bellico anche minimo, aveva compulsato una biblioteca immensa di reduci, memorialisti, storici, esperti mili
tari e così via. La sua onnisciente passione, che significava anche fervido omaggio alla memoria del padre, pluridecorato di guerra, aveva contagiato mio zio e Abo Cardelli, perché loro pure appartenevano alla generazione dei figli degli uomini comandati da Cadorna, dal generale Capello e da quel cialtrone assassino del Duca d'Aosta, la cui Medaglia d'Oro al Valor Militare, eternata nel marmo di Redipuglia, grida vendetta non meno della decorazione a Bava-Beccaris, e solo come segno d'infamia dovrebbe restar lì fino alla fine dei tempi.
Quasi ogni anno questi tre amici, in varia misura nostalgici, dedicavano un viaggio alle alture isontine, o all'altopiano di Asiago, alla Carnia, alle zone sotto il Monte Nero o sotto il Pasubio, ai luoghi insomma dove si era combattuta la Grande Guerra.
Un viaggio che mescolava nel mazzo carte diverse a nome turismo enogastronomico, rimpatriata amicale, osservazione storica, fantasticheria commossa, pietas verso i defunti... E una volta, avrò avuto quindici anni pressappoco, mi portarono con sé, forse perché anch'io stavo abbracciando - con la smodata voracità dell'adolescente ignaro del mondo - la stessa passione, che per me però era solo erudita, archeologica, libresca. O forse mi vollero con sé perché capivano quanto, per un bambino timido e troppo chiuso in casa, un viaggio con tre simpatici gaudenti, lupi di mare e di terra sulla sessantina, potesse essere un bel percorso di iniziazione. Ma l'incontro sconvolgente con l'ossario di Oslavia mi avrebbe cambiato per tutta la vita. E questo loro non lo sospettavano.
Il pezzo che scrissi su suo padre, tanti anni dopo, non piacque a Federico, il quale si era fidato di me, mi aveva aperto la sua casa e il suo p
olveroso sottoscala di memorie, mi aveva mostrato foto e cimeli straordinari. Non piacque neanche a mio zio, lo so bene. Ma non potevo scriverlo in nessun altro modo.
Qualche mese fa, quasi insieme, mio zio e Federico se ne sono andati, l'uno dopo un lunghissimo calvario ospedaliero, l'altro improvvisamente, senza avvisaglie esteriori. Abo era morto poco tempo prima.
A loro tre, Alberto Bambi, Federico Marchetti, Abo Cardelli, al ricordo di quel viaggio che mi fece diventare uomo, e antimilitarista, e antifascista, a questa eredità per me così preziosa, dedico questo post.

Raccontare una storia, quando è la vera storia di un uomo, della sua famiglia, del suo lavoro e del suo tempo, di suoi amici e dei suoi ideali, non è affatto una impresa lineare, ma somiglia piuttosto alla riapertura di un vecchio baule, nel quale il cercatore di turno inaspettamente si trova di fronte mille scatole, una dentro l'altra.
Così questa, che è in primo luogo la storia di un uomo, comincia dalle pagine ingiallite di un registro di presenze, come se fosse, piuttosto, la storia di un luogo: il sipario si solleva all'alba del secolo scorso, nel 1905, in una Rimini irriconoscibile, all'incrocio tra via Dante e via Roma. Qui, in quell'anno, veniva inaugurato il Palace Hotel, un bell'edificio in stile liberty che per molti anni sarebbe stato uno dei più prestigiosi della città. Lo gestiva la famiglia Marchetti, pionieri tra gli albergatori della Riviera, quando l'idea stessa di turismo era ancora poco diffusa, perlomeno in Italia: la stessa famiglia avrebbe avuto in gestione, più tardi, l'hotel Villa Rosa, a Marina Centro.
Che i turisti fossero pochi e assai selezionati lo dimostra il registro: gli ospiti dell'albergo erano quasi tutti stranieri, i luoghi di provenienza sembrano una mappa della Belle-Epoque: Vienna, Parigi, Londra, Milano, San Pietroburgo... talvolta anche semplici firme raccontano delle storie. Per esempio raccontano quella di un generale russo, che ogni anno arrivava a Rimini in automobile con l'autista, la moglie, i bambini e una bambinaia. Uomo aristocratico e raffinato, lasciava i bambini al mare con l'istruttrice e ripartiva insieme alla consorte per visitare le meraviglia d'Italia, come i viaggiatori settecenteschi del Grand Tour, come Goethe e Stendhal. E ogni anno, regolarmente, spendeva più di quanto avesse a disposizione con sé, così che, tornato in patria, saldava i conti per posta. Ma nel fatale 1914 il generale dovette precipitosamente far ritorno nella Santa Madre Russia, richiamato dal deflagrare del conflitto mondiale, e sul registro una nota posteriore, aggiunta a lato della sua firma, avvisa, laconicamente, che il saldo non avverrà. Del generale non si seppe più niente, ma insieme a lui, che di lì a poco si sarebbe trovato, se pure sopravvissuto alle battaglie, di fronte al ben più imprevisto infuriare della Rivoluzione d'Ottobre, stava svanendo un mondo intero.
All'alba degli anni Venti, probabilmente nel 1921, e certo altre volte, fino al 1923, uno degli ospiti del Palace Hotel fu il grande poeta americano Ezra Pound, ormai da molto tempo europeo adottivo, in fuga anche da quell'Inghilterra dove aveva fondato il Movimento Imagista nel 1912 e il successivo Movimento Vorticista, tra i primi fenomeni dell'arte d'avanguardia del XX secolo. Pound allora si stava trasferendo a Parigi, dove avrebbe vissuto gli anni più intensi della sua esistenza, gli anni dell'amicizia con Joyce e con Eliot, gli anni in cui avrebbe fatto da maieuta all'Ulysses dell'irlandese e a The Waste Land dell'amico impiegato ai Lloyd's, soprattutto gli anni in cui avrebbe composto i Malatesta Cantos, di cui Luca Cesari ha dato nel 1998 una bella edizione per l'editore Scheiwiller.
Pound amò intensamente Rimini e il suo entroterra, ne studiò approfonditamente la storia, fu incantato dalla bellezza paesistica del Montefeltro, giunse infine a identificare Sigismondo Malatesta, in un semi-delirio a metà tra poesia e politica fraintesa, con il suo ideale di condottiero, e gradualmente a identificarlo con Mussolini.
E proprio a Rimini Pound incontrò un uomo per alcuni versi simile a lui, il capitano Averardo Marchetti, gestore del Palace Hotel nonché ex ufficiale due volte decorato nella Grande Guerra. In quel medesimo torno di anni, fra l'altro, Marchetti prese parte alla Marcia su Roma, e aderì gioiosamente al nascente fascismo, così come tanti altri ex combattenti come lui, confidando che davvero quel movimento avrebbe svecchiato la nazione come prometteva, facendo giustizia sommaria del "marcio parlamentarismo". Inutile dire che le simpatie mussoliniane li unirono.
Volontario nel '15-'18, Marchetti rimase un volontario tutta la vita, malgrado le gravi ferite che aveva ricevuto in combattimento, la prima volta sul Carso, l'altra sul Piave: seguì Mussolini a Roma, si offrì per la campagna d'Etiopia, e ancora, quasi cinquantenne, partì per la Grecia, dove trovò la morte nel 1940 per congelamento. In questo instancabile, indistruttibile vitalismo, dalla inevitabile conclusione tragica, Marchetti era forse il ritratto di un'epoca intera, quella alla quale dapprima Marinetti con con i suoi proclami futuristi e poi soprattutto Mussolini riuscirono a mettersi a capo.
E la figura del capitano Marchetti, che così calorosamente si era messo al servizio di Pound nelle sue peregrinazioni per biblioteche in cerca di documenti antichi, tanto da far aprire la Gambalunghiana di Rimini apposta per lui nelle domeniche d'estate, trapassò in molti scritti del poeta americano, anche a distanza di lunghi anni. Fu una sua frase, in special modo, a rimanergli scolpita in mente, entrando a far parte dei Cantos, il capolavoro di una vita, nel Canto XLI: "Noi ci facciamo scannar per Mussolini" (il che, poi, avvenne a un'intera nazione).
Pound rimase molto ammirato dalla tempra di quest'uomo tutto d'un pezzo, così energico e ardente nelle sue manifestazioni. Ancora molti anni dopo, nel libro Jefferson e Mussolini, scrisse una formula emblematica: "A parte l'uomo di Rimini, non mi pare di aver conosciuto fascisti".
Emblematica della tragica illusione che lo accompagnò tutta la vita, e che motivò, tra l'altro, la sua nefanda adesione alla Repubblica di Salò (pagata, dopo la guerra, con tredici anni di manicomio criminale), e cioè che la nobiltà d'animo, la generosità e il sincero desiderio di costruire un mondo migliore, fossero sinonimo di fascismo.